Vivere nel «condominio intelligente» : Ognuno da sé. E la lavanderia in comune

Famiglie e single condividono spazi e spese. Il co-housing per risparmiare e per inventare nuovi modelli di vita

 

MILANO - Fanno venire in mente le comuni degli anni 60'. Ma nulla hanno a che fare con la rivoluzione culturale e di costume di quegli anni, se non la voglia di condividere spazi e esigenze di vita. Stiamo parlando nel fenomeno del co-housing, letteralmente «abitare insieme», che sta silenziosamente proliferando in Italia sia nelle città che nelle limitrofe periferie o addirittura nelle campagne, dove famiglie, single, coppie dividono lo stesso spazio abitativo con nuove forme di condivisione e aggregazione. Il «condominio intelligente» a dire il vero tanto nuovo non è, se si pensa che già in Danimarca negli Anni '60, o negli Stati Uniti o in Canada, la filofosia del «co-housing» era una valida alternativa al classico condominio multipiano convenzionale. Ora anche in Italia qualcosa si muove.

 

URBAN-VILLAGE - A Milano c'è l'Urban Village, sorto in una delle aree industriali della città, ovvero nell'area Bovisa, dove, fino a poco tempo fa il surrogato ideale era convertire le fabbriche in loft. È in una ex fabbrica di giocattoli che è stato sperimentato il «co-housing» come nuova forma di condivisione abitativa degli spazi comuni, sempre con il principio che ognuno ha una casa propria. «Il co-housing è un modo di vivere che va incontro anche a fasce sociali meno abbienti - dice Massimiliano Zigoi, 43 anni, architetto dell' Urban Village ed esperto di co-house - pur non essendo propriamente edilizia sociale. Diciamo che nell'economia di denaro (gruppi di acquisto, lavanderie comuni ad esempio) o di tempo (aiuto reciproco) molte persone trovano le connotazioni per riscrivere dei modelli abitativi intelligenti».

 

COABITARE - Anche a Torino esiste la realtà del «condominio solidale», proprio nel quartiere popolare di Porta Palazzo, grazie ad un'associazione chiamata Coabitare che ha realizzato il progetto Numero Zero con l'idea di diffondere il cohousing in Italia. «Questa esigenza nasce dalla disgregazione del modello ideale di famiglia - spiega Antonella Sapio, neurospichiatra, psicoterapeuta, dirigente di servizi territoriali sociosanitari e autrice del libro Famiglie, reti familiari e cohousing (Franco Angeli) - che genera nuove risposte alla domanda sociale di voler condividere i legami e la voglia di fare nuove esperienze. Bisognerebbe creare delle normative per estendere queste micro realtà condivise anche per un recupero della collettività a discapito dell'individualismo».

 

PROGETTI DI VITA - Se la formula è semplice, ovvero abitazione propria - perché l' autonomia resta il vero termometro del proprio benessere - , ma spazi comuni dove incontrarsi, e progetti condivisi per migliorare la qualità di vita, è pur vero che gli spazi e i progetti di vita in condivisione cambiano da un co-housing all'altro. È il caso di un sogno trasformato in realtà da un gruppo di amici che dopo 20 anni di vita a Milano e dintorni, hanno deciso di migrare un po' più lontano per vivere tutti insieme in una cascina a 30 km dalla metropoli meneghina, nelle vicinanze di Lodi: a Bargano, una frazione sparuta di 1200 abitanti che di colpo ha visto riemergere un rudere - la vecchia cascina Torchio - , in un co-housing da cui si sono stati ricavati 18 appartamenti con gli spazi comuni (un ampio giardino, una biblioteca, una cucina, un grande living, l'uso foresteria per gli ospiti e una cappella). «È un recupero virtuso e anche un modello - dice Paolo De Vizzi, architetto lodigiano incaricato dai co-housers scappati dalla città per vivere in una cascina -. La corte chiusa, come nel caso di questo ex rudere rimesso in vita ( ndr. basti pensare che solo tra Milano e Lodi ce ne sono un centinaio e la metà sono dismessi) era nata per raggruppare tante persone o dei piccoli organismi sociali. Certo, è più facile capire così tante esigenze se alla base c'è un legame o un progetto di vita in comune».

 

IL SOGNO REALIZZATO - «Abbiamo realizzato un sogno - dicono in coro Andrea Spalla e Federico Albrisi, rispettivamente manager e amministratori della cascina Torchio -. Siamo 30 adulti e 32 bambini e ci stiamo completando in un'esperienza che prevede il ritorno al buon vivere, con delle regole e dei compiti per ciascuno, così da aiutarci a gestire il tutto».

 

Articolo di Ambra Craighero

Fonte Corriere.it