La lavastoviglia va a fuoco. La responsabilità da prodotto difettoso sussiste se ….

Il risarcimento del danno va riconosciuto anche al non proprietario, essendo sufficiente il godimento del bene

 

Il caso. Nella fattispecie oggetto della pronuncia in commento gli attori agivano in giudizio per sentirvi dichiarare la responsabilità del produttore ex artt. 114 ss. del cd. Codice del consumo (entrato in vigore con il d.lgs. 6 novembre 2005) e ottenere il risarcimento dei danni a seguito dell'incendio che, sprigionatosi dalla lavastoviglie, aveva colpito anche parte della loro abitazione (la cucina era stata invasa dall'incendio, mentre il fumo, propagatosi nelle altre stanze, aveva impregnato gli arredi e il mobilio dell'intero appartamento). Che l'incendio si fosse sprigionato dalla lavastoviglie era già emerso dal verbale dei vigili del fuoco, trovando successiva, e argomentata, conferma in sede di consulenza tecnica d'ufficio: il CTU escludeva infatti che l'incendio potesse ricondursi ad un problema all'impianto elettrico - il quale aveva regolare certificato di conformità -, o che potesse trattarsi di un sovraccarico di utenze elettriche o, ancora, che vi fosse stato un problema di integrità degli allacciamenti.

 


Le precisazioni della decisione: che cosa si intende per prodotto difettoso Il Tribunale, nell'accogliere la domanda attorea e concludere «che gli elementi raccolti indicano - in forza dell'art. 2729 c.c. - la più verosimile causa dell'incendio proprio nella lavastoviglie», ha posto in rilievo una serie di punti di attenzione legati alle norme di riferimento della controversia de quo. L'organo giudicante ha in primo luogo rammentato che l'art. 117 Cod. Consumo, in materia di difettosità di un prodotto, «non richiede che sia individuata una specifica anomalia tecnica del prodotto; la prova del difetto è - più semplicemente - la prova che il prodotto non offra la sicurezza ragionevolmente attesa. La precisazione è rilevante in tutti quei casi, come il presente, in cui è incerta la specifica causa che abbia innescato la rottura del prodotto (il ctu indica come probabile causa un surriscaldamento del timer oppure una bruciatura della scheda elettronica)».

In proposito, si ricorda che l'art. 117, comma 1, statuisce che «Un prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere, tenuto conto di tutte le circostanze, tra cui: a) Il modo in cui è stato messo in circolazione, la sua presentazione, le sue caratteristiche palesi, le istruzioni e le avvertenze fornite; b) L'uso al quale può essere ragionevolmente destinato e i comportamenti che, in relazione al prodotto, si possono ragionevolmente prevedere; c) Il tempo in cui il prodotto è stato messo in circolazione». La nozione normativa di difetto fa dunque riferimento agli standard di sicurezza del prodotto, rispetto alle attese legittime in ordine al suo impiego, mentre si esclude che la relativa prova debba avere ad oggetto l'individuazione di uno specifico vizio di progettazione o di fabbricazione.

Ne consegue - ha proseguito il Tribunale - che «Ai fini dell'art. 120 c. consumo (in materia di onere probatorio a carico delle parti), basta provare che l'evento dannoso - donde i danni - è inerente il prodotto, cioè deriva dal medesimo. Una volta appurato ciò, si verificherà, ai sensi dell'art. 117 e in relazione ai parametri ivi menzionati, se quell'evento sia sintomo di insicurezza del prodotto, contro la ragionevole aspettativa. Nel caso di specie basta la prova che l'incendio si sprigionò dalla lavastoviglie, anziché da altre parti dell'immobile. Non importa accertare la specifica anomalia tecnica dell'elettrodomestico, scatenante l'incendio». Peraltro il giudice ha rilevato che, ai sensi del citato art. 117, lett. b) e c), «la lavastoviglie è un bene destinato a durare nel tempo, in funzione di un utilizzo continuativo e prolungato per anni»: essendosi l'incendio sprigionatosi dalla lavastoviglie dopo cinque anni dal suo acquisto e «considerato che un quinquennio è periodo ben inferiore all'ordinaria attesa di funzionamento ragionevolmente esigibile da un elettrodomestico come la lavastoviglie, deve concludersi che l'incendio sprigionatosi dalla stessa dopo 5 anni è prova di prodotto viziato nel senso dell'art. 117 c. consumo, ovvero di un prodotto non in grado di offrire la sicurezza legittimamente attesa».

 


Sull'esclusione della responsabilità Rammentando che, ai sensi dell'art. 120, comma 1, Cod. Consumo, «Il danneggiato deve provare il danno, il difetto e la connessione causale tra difetto e danno», mentre il produttore, per andare esente da responsabilità ex art. art. 118, lett. b), «deve dimostrare che, tenuto conto delle circostanze, è probabile che il difetto non esistesse ancora nel momento in cui il prodotto è stato messo in circolazione» (art. 120, comma 2), il Tribunale ha ritenuto che la società convenuta non abbia fornito la citata prova liberatoria da responsabilità (si ricorda che, in virtù dell'art. 118, lett. b, «La responsabilità è esclusa: [...] b) se il difetto che ha cagionato il danno non esisteva quando il produttore ha messo il prodotto in circolazione»); l'organo giudicante non ha infatti ritenuto sufficiente l'affermazione secondo cui «il difetto si verificò 5 anni dopo l'acquisto per inferire, in via presuntiva (art. 2729 c.c.), che esso non sussistesse al tempo della messa in circolazione. Invero, come già osservato, la lavastoviglie è bene destinato ad uso prolungato nel tempo, e quindi esposto a problemi, inconvenienti, anomalie, destinati a presentarsi anche diverso tempo dopo la sua fabbricazione». In definitiva, mentre il danneggiato deve provare che il prodotto, durante l'uso, si è dimostrato difettoso, non offrendo la sicurezza che ci si poteva legittimamente aspettare, sul produttore grava l'onere di provare che il difetto riscontrato non esisteva quando ha messo in circolazione il prodotto medesimo. Il consumatore danneggiato non è però tenuto a provare la causa specifica del difetto, come del resto affermato nella sentenza in commento: la causa ignota del difetto si reputa a carico del presunto responsabile (Trib. Roma, 14 novembre 2003). Si rileva infine che il difetto, per generare una responsabilità in capo al produttore, deve tradursi in effetti sul piano fisico-materiale: il danneggiato può infatti solo provare i fatti materiali, storicamente accertabili, che conducano ad un giudizio di difettosità del prodotto (Di Giovanni, in Alpa et al., La responsabilità per danno da prodotto difettoso, 1990, Milano, 131).

 


Sui danni risarcibili Il Tribunale ha poi ricordato che il Codice del Consumo all'art. 123 individua le tipologie di danno risarcibile (da prodotto difettoso): la norma stabilisce, in materia di danni alla persona, che è risarcibile solo «il danno cagionato dalla morte o da lesioni personali» (comma 1, lett. a), mentre il danno patrimoniale è risarcibile solo come danno a cose (comma 2). Il giudice accoglie quindi l'orientamento secondo il quale, in materia di danno non patrimoniale, esso può essere risarcito solo ove si traduca in un «danno biologico in senso stretto, ovvero inerente l'integrità psico-fisica dell'individuo [...] restan[d]o esclusi i danni alla persona di tipo morale o esistenziale». (Nel caso di specie, l'organo giudicante ha ritenuto che dovessero ritenersi danni non patrimoniali non risarcibili ex art. 123 i danni lamentati dagli attori, per stress, perdita di oggetti con valore affettivo, nonché per disagio dovuto alla assenza dall'abitazione, protratta per circa un mese - alloggio forzoso in residence). Con riguardo ai danni patrimoniali, prevedendo la norma, come indicato, la risarcibilità del solo danno alle cose, il Tribunale ha escluso che potessero essere risarcite le perdite patrimoniali pure, quale il costo di alloggio nel residence, o i costi per interventi di ristrutturazione dell'immobile (trattandosi di appartamento condotto in locazione dagli attori e recando la fatturazione l'intestazione del proprietario-locatore, si è ritenuto che gli esborsi furono da questi sostenuti). Al contrario, sono stati considerati risarcibili i danni da perdita o danneggiamento del vestiario, degli arredi, degli oggetti della cucina e del soggiorno, e, più in generale, di ogni cosa si trovasse nell'abitazione al momento dell'incendio: ha affermato al riguardo il giudice che, avendo l'incendio coinvolto tutta la casa, «è ragionevole pensare che tutto quello che vi era contenuto andò danneggiato. Quanto poi alla verosimiglianza del documento attoreo circa l'effettiva esistenza degli oggetti ivi indicati [ossia l'elenco predisposto dagli attori], a conferma si può notare che trattasi di oggetti tutti normalmente presenti in un'abitazione».

 


E si pone un ultimo, interessante passaggio nell'argomentazione del giudice: diviene del tutto irrilevante la contestazione mossa dal produttore secondo cui gli attori non avrebbero dimostrato di essere proprietari dei beni: l'art. 123, lett. b) definisce risarcibile anche il danno riferito ad una cosa destinata «all'uso o consumo privato e così principalmente utilizzata dal danneggiato»; «Dunque - conclude il Tribunale - basta il semplice utilizzo, indipendentemente dal titolo di proprietà. Ebbene, poiché si tratta di oggetti d'arredo, elettrodomestici, utensili, giochi, libri, e, in generale, oggetti utilizzati dai componenti della famiglia, di certo si rientra nel presupposto dell'art.123 b)». Ai fini della risarcibilità del danno è pertanto sufficiente il semplice godimento del bene.

 

 

 

 


di Marta Jerovante Fonte condominioweb.com