Animali domestici: stop ai divieti in condominio

Cani, gatti & Co. hanno davvero libero accesso in condominio dopo l'approvazione della nuova legge di riforma? Sembrerebbe di sì, ma...

 

Mai più divieti alla presenza di animali domestici in condominio. È questa una delle principali novità contenute nella legge di riforma della vita condominiale (la 220/12) approvata definitivamente lo scorso novembre e in vigore a partire dal 18 giugno scorso.

Il vietato vietare animali è contenuto nell'articolo 16 del testo di legge che integra l'articolo 1138 del codice civile con la disposizione: "Le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici".


 

Ma l'applicazione potrebbe essere complicata
Dunque via libera nei condomini agli "amici a 4 zampe" e non solo? Non è così semplice. Salutata come una delle novità rivoluzionarie della riforma, come una vittoria dalle associazioni animaliste, in realtà l'applicazione concreta della norma sugli animali potrebbe risultare più complicata del previsto.

Già all'indomani dell'approvazione della legge, infatti, in molti ne davano un'interpretazione restrittiva per cui il "vietato vietare" varrebbe solo per i regolamenti dei nuovi condomini non potendo il nuovo testo retroattivamente inficiare un accordo contrattuale precedente. Ossia laddove il divieto esiste già non ci sarebbe nulla da fare.

Non ci sta la Lav (Lega antivivisezione) che invece con l'avvocato Marianna Sala ne dà un'interpretazione opposta: "Il sì agli animali domestici si applica anche ai regolamenti vigenti e la norma non è assolutamente derogabile con future delibere condominiali, anche se approvate all'unanimità".

 

 

Rebus regolamenti
Parlando di regolamenti di condominio, bisogna innanzitutto distinguere tra quelli assembleari e quelli contrattuali: i primi sono quelli approvati a maggioranza nelle assemblee e si limitano a regolamentare la vita in comune. Ci spiega l'avvocato Sala: "Già prima della riforma la Cassazione si era pronunciata più volte affermando che la detenzione degli animali domestici poteva essere vietata solo da un regolamento di natura contrattuale. Si tratta di quelli approvati all'unanimità, nel 90% dei casi sono quelli del costruttore fatti accettare a ogni singolo atto di vendita delle unità immobiliari. È solo questo tipo di regolamento che può contenere vincoli relativi alla proprietà privata come il divieto di possedere animali". È proprio qui il punto: secondo alcuni commentatori anche dopo l'entrata in vigore della riforma il vecchio regolamento, contrattuale e trascritto, che prevedesse ad esempio il divieto alla detenzione di cani di grossa taglia, manterrebbe la propria efficacia. Non solo, l'art.1138 del codice civile sarebbe addirittura derogabile con un nuovo regolamento contrattuale, approvato all'unanimità.

"Questa tesi restrittiva non è assolutamente condivisibile", continua Sala. "Innanzitutto perché, considerando che di nuo­vi regolamenti se ne fanno pochissimi, la riforma su questo punto non avrebbe semplicemente senso né ragione di esistere. Ma soprattutto perché quest'interpretazione restrittiva non tiene conto della nuova valorizzazione del rapporto uomo-animale già affermatasi con una serie di leggi a livello europeo e nazionale. Con la riforma, dunque, il legislatore ha solo reso esplicito un principio che esiste già nel nostro ordinamento, quello della tutela del rapporto uomo-animale domestico, e che altrimenti sarebbe rimasto sottinteso. Pertanto - conclude la Sala - nessun regolamento contrattuale può contrastare un principio generale".


 

I pareri della giurisprudenzacane e gatto
Anche la giurisprudenza va a favore di questa interpretazione. "Sono sempre di più le pronunce di riconoscimento della tutela del rapporto uomo-animale, come quelle sul diritto di visita in carcere per il cane del detenuto o quelle che hanno ammesso il diritto di visita in ospedale del cane del paziente ricoverato. È evidente che il rapporto uomo-animale non solo ha avuto riconoscimento normativo, ma è ormai da considerarsi parte di uno dei diritti inviolabili dell'uomo difeso dall'art. 2 della Costituzione".

 

 

"Nessuna delibera assembleare può limitare questo diritto"
Per chiarire i dubbi sulla presenza degli animali in condominio abbiamo interpellato Giuseppe Spoto, professore aggregato presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Roma Tre e specializzato in diritto condominiale.

 

Nella prima versione della legge si parlava di "animali da compagnia" per quale motivo è passata invece la formula "animali domestici"?

In italiano non esiste un termine equivalente all'inglese "Pet" . Inizialmente il termine più adatto sembrava "animali da compagnia" poi si è pensato che avrebbe potuto dar luogo a problemi, per esempio discriminazioni tra razze canine. Non solo, l'espressione non piaceva ad alcune associazioni animaliste secondo cui l'animale va considerato un soggetto, un essere senziente e non un bene, una proprietà. Per cui si è scelto di usare la formula "animali domestici".

 

Anche per restringere il campo?

Be', certamente l'espressione include quegli animali che possono vivere in appartamento ed esclude quindi animali esotici come il boa o simili. Perché comunque vanno tutelate sempre le esigenze etologiche dell'animale.

 

E quelle degli altri condomini?

La norma afferma un principio fondamentale e innovativo a tutela dell'animale senza assolutizzarlo. Se l'animale non è tenuto bene, in modo da rispettare gli altri e la convivenza nel condominio, rimane per gli altri condomini la possibilità di agire appellandosi ai diversi articoli del codice civile e penale in materia di danneggiamento, deturpamento, disturbo della quiete.

 

La nuova norma è valida anche per i vecchi regolamenti o solo per i nuovi?

È stata inserita nell'articolo 1138 del codice civile, ossia nell'articolo che disciplina i regolamenti assembleari, quelli che possono essere fatti a maggioranza. In sostanza si è voluto incardinare in una norma scritta un principio assodato nella giurisprudenza: a casa mia, nella mia proprietà privata, ci posso tenere l'animale che voglio e nessuna delibera assembleare me lo può impedire. Diverso il caso del regolamento del costruttore firmato e accettato al momento dell'acquisto, in quel caso ci può essere un divieto su cui la riforma non può agire. Vero è che, una volta affermato così esplicitamente un principio, in sede di controversia il giudice non potrà non tenerne conto.

 

 

 

Fonte Regione.Emilia-Romagna.it