Un’infuocata assemblea di condominio

Meditate gente Meditate!

 

 

L'assemblea è l'organo deliberante del condominio e le decisioni rappresentano la volontà dei suoi partecipanti. Si può dire che l'assemblea è il parlamento del condominio, perché in essa si prendono le decisioni, secondo un ben definito principio maggioritario, sulle sorti delle parti comuni della casa, sulla prestazioni dei servizi di cui è dotato l'edificio, si nomina e revoca l'amministratore, si approvano i rendiconti, etc..

 

 

 

 

Spesso e volentieri, tuttavia, succede che l'assemblea di condominio si trasformi in un luogo dove si litiga, dove ogni condomino ha modo di sfogare la propria rabbia nei confronti del vicino o dell'amministratore.

 

I rancori accumulati in un anno esplodono tutti insieme nel corso dell'assemblea dove si sentono grida, insulti, fischi. Insomma accumunare all'assemblea di condominio quello che succede nel parlamento della nostra Repubblica pare quanto mai azzeccato. E poiché, come risaputo, il condominio è uno dei luoghi in cui, sicuramente, si litiga di più commentiamo, brevemente, una sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Penale, la n. 5339/01, depositata il 9 febbraio scorso, che si è dovuta occupare di quanto accaduto durante una infuocata assemblea di condominio che risale, nientemeno, che all'anno 2002. Un condomino, che chiameremo Tizio, persona di una certa età, durante la seduta, apostrofa con il termine " bandito " un altro condomino, che chiameremo Caio, il quale, non esita a sporgere una querela. Si apre un procedimento penale, vengono sentiti due testimoni, la parte offesa e, naturalmente, l'imputato, il quale si difende invocando a sua scriminante che con il condomino Caio erano in corso diversi liti giudiziarie, che nel corso della accesa discussione era stato provocato e, quindi, di aver agito nello stato d'ira determinato dal comportamento di Caio.

 

Tizio veniva condannato dal Giudice di primo grado e in appello, il Tribunale confermava la sentenza. Tizio, naturalmente, ricorreva in Cassazione.

 

La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando Tizio al versamento, in favore della cassa delle ammende, della somma di €. 1.000,00. Gli ermellini hanno, dunque, voluto dire basta agli insulti che nelle assemblee di condominio i condomini si lanciano, gli uni con gli altri o nei confronti degli amministratori che, quando vengono a conoscenza dall'autorità giudiziaria, comportano l'instaurarsi di un lungo e complesso procedimento giudiziario, attraverso i tre gradi di giudizio.

 

Le frasi offensive che si pronunciano durante le assemblee costituiscono un reato, quello, appunto, di ingiuria aggravata, anche se caratterizzata, come hanno precisato i Giudici della Cassazione, da toni particolarmente accesi. Confermando la condanna per ingiuria aggravata nei confronti di Tizio che durante un'accesa assemblea di condominio aveva dato del "bandito" a un suo dirimpettaio la Corte ha voluto invitare i condomini che partecipano all'assemblea, alle più elementari regole di convivenza civile, rimarcando che gli insulti, anche se incrociati, tra condomini non possono essere giustificati dal clima di tensione e dal contesto infuocato delle riunioni condominiali. Ed anche l'utilizzo della parola "bandito" può integrare, come hanno rilevato i Giudici un'ipotesi di reato. Senza successo, infatti, il condannato (Tizio) ha cercato di sostenere a sua discolpa, anche davanti ai giudici della Suprema Corte, che andava considerato il contesto nel quale era stata pronunciata l'espressione incriminata e che, visto in quest'ottica, il termine "bandito" più che un insulto era la manifestazione di uno sfogo critico da parte di chi si sentiva vessato «da una situazione offensiva e pregiudizievole per i suoi interessi di condomino».

 

I Giudici della Cassazione, tuttavia, non hanno voluto sentir ragioni e, nel respingere il ricorso, hanno affermato che: «Il mero contesto dell'assemblea condominiale, per quanto infuocato non può di per sé dare corpo alla causa di non punibilità delle offese e dello stato d'ira per un fatto ingiusto altrui dal momento che l'una o l'altra delle situazioni può o non può anche verificarsi in un contesto del genere di quello invocato». E' proprio il caso di citare quel noto slogan pubblicitario che dice "meditate gente meditate".